CLANIO

 

Fiume ben noto agli antichi scrittori greci e latini, infatti, il Giustiniani scriveva: "… Licofrone, l’Alicarnasso, lo scrivono Klanii, Strabone Klanis (greco) nel I secolo a.C.; similmente i latini lo scrivono Clanius e Glanius; dagli autori di mezzi tempi, fu denominato Lanius. La voce Clanis o Clanius si vuole avercela appropriata gli antichi dall’abbondanza delle viole, le quali, naturalmente, nascono sulle sue sponde".

Giuliano Maio (De priscorum proprietae verborum), conferma: "Clanius fluvius Campaniae prope Acerras, a Clanion, idest Viola, qua eius abundant"; tesi riportata, in seguito anche dal Napoletano Lucio Giovanni Scoppa (Spicilegium – Napoli 1551).

Ma questi scrittori non individuarono mai il percorso del Fiume, confondendolo con altri corsi d’acqua: Licofrone lo scambiò per il Sebeto, Strabone col Savuto, Plutarco col Volturno, Appiano Alessandrino con il Liri, mentre Tolomeo lo credette al di là di Cuma, mentre "al di qua", lo credettero: Livio, Pomponio Mela e Plinio; quest’ultimo sosteneva che "… non doveva essere confuso con il fiume di Avella poiché il Clanio sorgeva in altro sito, ed aveva origine dai Monti Tifata (che sono al confine tra la Campania ed il Sannio), e scorrendo nell’Agro di Acerra, Atella ed Aversa, si impaludava presso Liternum (lago di Patria), come confermava anche Virgilio nelle "Georgiche" "… in ore litorali.

Lo stesso Giustiniani, lo fa sorgere: "… dalle radici del Monte Cancello, che si forma tra le sorgenti, pochi passi tra loro distanti, alcune sono di acqua dolce, ma molte altre sorgenti sono salmastre o sulfuree e vengono appellate Mofete, indi attraverso la località Gaudello arriva ad Acerra e si unisce al Riullo (altra sorgente del Clanio), nei pressi dell’antica Suessuola. Le acque sulfuree della Mofeta erano considerate medicamentose, in special modo per le malattie della pelle. Indi per il Territorio di Aversa il Clanio sfocia nel Lago Patria (chiamato anche lagno). Vero è che il Giustiniani fa una lunga dissertazione su questo Fiume contestando storici suoi contemporanei, che facevano scorrere il Clanio alla periferia di Napoli. Il Lettieri, nella sua "Storia di Sessuola", sosteneva: "... alcune sorgenti del Clanio, nascono tra Avella e Nola, e correndo verso l’occaso, si uniscono con (altre sorgive e paludi, che sono chiamati "Li Lagni".

Più preciso è Camillo Pellegrino (Discorso della Campania): "... Il Clanio nasce tra due Città: Nola ed Avella, da piccole fonti, che talvolta inaridiscono e sono talora soverchianti, con grave danno degli abitatori del paese...". Più vago ed inesatto è però il Remondini, che scriveva: "... Cancello è quel Monte alle cui radici nasce il fiume Clanio ..." ed ancora: "... per la verità nasce alle radici dei Monti di Avella, verso Cancello...". Due affermazioni, fra loro contraddittorie!

Ed il Remondini continua: "a suo tempo il Clanio era considerato un fiume dalle acque limpide, molto pescoso, ricco di tinche e di anguille...". Lo scrittore del XVII sec. Antonio Sanfelice, nel suo "De origine et situ Campaniae" riferisce che il Clanio presentava spesso "... una piena alle fonti in estate e scarsezza d'acqua in inverno..." e riassumendo (dal latino), considerava il Clanio un semplice torrente, che solo nella stagione delle piogge si ingrossava e straripando arrecava gravi danni alle campagne circostanti, nonché nocumento anche ai cittadini.

Lo storico D’anna nella sua "Avella Illustrata" edita a Napoli nel 1782 recitava: "Il fiume di Avella, da più sorgive risulta, da cui la principale si chiama Bocca d’acqua, si stende sotto il Campo di Summonte... non si sa di certo ove tiene il suo corpo, esservi perciò ferma opinione, che per sotterranei meati si cacciasse fuori alle foci del Sarno". Al contrario l’Abate Francesco Sacco nel 1795, ribatteva: "Clanio - ossia Lagno - che nasce sopra la Montagna di Avella, scorre nelle campagne di Nola, dopo essersi accresciuto di un ruscello (allude al Riullo, che scorre nei pressi di Cancello), va nel Bosco di Acerra, presso le rovine dell'antica Suessola, ed imboccando in tre grandi Alvei, divide il Territorio Capuano dall’Aversano. Finalmente dopo aver attraversato il Lago di Patria va a scaricare le sue acque nel mar Tirreno". E questa è la testimonianza dello Storico contemporaneo Pietro Manzi (1969): "Il Clanio sorge con il nome di fiume di Avella, con una serie di sorgenti; la più importante si chiama Bocca d’Acqua, nei pressi del Campo di Summonte, le altre sorgenti minori sono: Fontana del Sambuco, del Monaco, di Pianura, di Ciancullo, Acqua Pendente, delle Fontanelle, del Mortaio e della Peschiera; parte di esse, incanalate, sono andate a risolvere il problema idrico delle popolazioni dei dintorni. A queste sorgenti soggiungono le acque pluviali calanti dai Monti di Avella, Piano di lauro, Monte Ciesco Alto, M. Vallatrone, Sperone di Montevergine, Toppola Grande e M/te Campinamo. Il fiume Clanio, correva da Avella, tra Risigliano e Tufino, Camposano, ed in canali modernamente rettificati ed artificiali, continuava con il nome di Canale di Bosco Fangone, e dal Ponte dei Fusari, assume il nome di regi Lagni; prima di questo Ponte, riceve il Lagno del Gaudio e quello di Nola, con le acque del Lagno di Livardi, del Vallo di Lauro, Quindici e Palma Campania. Dopo aver toccato Acerra, raggiunge la Pineta di C/Volturno, dove con duplice corso, va a sfociare, parte nel Tirreno, mentre l’altro ramo, tramite il Canale Vena, nel Lago di patria. Il Manzi ricorda ancora che: "…Il Bue Androcefalo sulle Monete Nolane, non è altro che l’immagine mitizzata del Clanio, ravvisando nel Toro le fattezze umane, il simbolo dei fiumi (abbondanza) e dell’agricoltura".

Per concludere, in uno studio del Piano Regolatore per le Bonifiche dell’Italia Meriodionale, disposto dal Ministero dei Lavori Pubblici, nel 1911, si leggeva:"…la plaga che si estende tra le falde del Monte Somma ed il Vesuvio, e l’Agro Nolano, prima del 1610, era una delle zone Campane più paludose e malsane, poiché il fiume Clanio che attraversava, con il suo tortuoso ed irregolare andamento, ristagnando, nelle depressioni del terreno, anche per le sfrenate alluvioni dei torrenti Nolani e Vesuviani, provocava disastrosi allagamenti, che finirono per costituire una estesa e malsana palude".