O CLAUDIO
ED ANTICHI ACQUEDOTTI NOLANI
E' noto che una delle prime opere pubbliche di Augusto in Campania, fu la costruzione di un grandioso Acquedotto, che dalle sorgenti del Serino, sull'altopiano Irpino, portava abbondante e fresca acqua ai principali Centri della Campania, ed attraversava, ora con condotti sotterranei, ora con ponti, canali, tutta la pianura campana, lungo la direttrice che toccava Sarno, Palma Campania, S. Gennaro Ves., Casalnuovo, San Pietro a Patierno, Napoli, Pozzuoli, fino al Capo Miseno, alla famosa piscina Mirabile. Fino al settembre del 1966, nessuno aveva scoperto a che punto si diramasse la biforcazione dell'Acquedotto Augusteo, verso Nola, quando per un caso fortuito, si è potuto stabilire con certezza il luogo della deviazione. Infatti il Prof Michele Davino (scomparso alla fine del 1987), scriveva nel 1983 che durante i lavori di scavo per la costruzione di una vasca terminale di una fognatura, nel territorio di S. Gennaro Vesuviano (località Rummafavi), venne alla luce un piccolo edificio, sbriciolato ben presto dalle ruspe che scavavano. Si salvò soltanto una lapide con una iscrizione e, cosa più importante, 8 Fistule di piombo, che confermavano l'esistenza, se non altro, dell'abitazione di un custode od altro addetto all'Acquedotto.
E' da premettere che alla fine degli anni 1930, nella stessa zona, nel fondo di un contadino, che era intento, in piena estate, alla irrigazione del proprio campo, si aprì una voragine, dalla quale venne alla luce un antico condotto in muratura: non era altro che un ramo dell'antico Acquedotto Augusteo.
Ma sia dell'edificio del 1966, che del condotto del 1930 non si è saputo più niente, mentre l'iscrizione, salvata da un provvidenziale intervento, non era altro che un cippo sepolcrale, di relativa importanza, di un certo Caio Rufo.
Negli 1930, durante i lavori di allacciamento della Sorgente Aquaro all'Acquedotto di Napoli, fu scoperta una grande e bella iscrizione dell'età di Costantino, che ci dava notizia circa i restauri compiuti negli anni 323/324 (D. C. ), ed i nomi delle Città che beneficiavano dell'Acquedotto, che erano (forse in ordine di importanza): Pozzuoli, Napoli, Nola, Atella, Cuma, Acerra, Baia e Miseno; mentre nel 1939, un'altra lapide, scoperta alle sorgenti dell'Acquedotto Napoletano, confermava i lavori portati a termine nel 330, da Costantino il Grande e dai figli Crispo e Costantino II. Nelle città menzionate manca, naturalmente Pompei, perché già sepolta dall'Eruzione del 79 D. C.
Anche Matteo della Corte, direttore degli Scavi di Pompei, nel 1939, scriveva che il fondatore dell'Acquedotto Romano del Serino non era stato Claudio, bensì Augusto e che la vera denominazione fosse: Acquaeductus Fons Augustei.
D'altra parte nei pressi di Montella (Alta Irpinia), si trova una lapide che porta la seguente iscrizione: Acquaeductus Fons Augustei... Puteoli, Neapolis, Nola, Atella, Acerrae, Cuma, Misenum.
Ai tempi dello storico Nolano Ambrogio Leone (1500), Nola non aveva altre sorgenti, o altre acque, tali da poter alimentare un acquedotto urbano, ed i ruderi di un piccolo acquedotto nel Vallone di Lauro, non poteva che raccogliere scarse acque, per lo più periodiche, che certamente non potevano far fronte alle necessità dei cittadini di Nola! Questi ruderi, scorti dal Leone nei pressi di San Paolo Belsito, potevano forse appartenere ad un ramo dell'Acquedotto Augusteo, che staccandosi dal formale principale, portava acqua a Nola seguendo le falde della collina di Cicala, e raggiungeva un serbatoio nei pressi di San Giovanni del Cesco (ai piedi della stessa Cicala).
Poco più di trenta anni dopo la morte del Leone (1560 circa), l'Architetto Pietro Antonio Lettieri, in una sua accorta relazione fatta al Viceré don Pedro di Toledo (come riferisce il Giustiniani nel Dizionario del Regno di Napoli), scriveva " et sopra detta Acqua, non solamente serviva alli Loci sopradd., ma alcuni altri atteso dal pred. Acquedotto, che era nello piano de Palma, se ne derivava un ramo de formale, che andava alla Città di Nola; e questi anni passati, quanno Nola fò fortificata, fu ritrovata ditto formale ne li fossi della Città".
L'Acquedotto Nolano si distaccava dal formale principale all'altezza di Palma Campania, e con un condotto sotterraneo raggiungeva il Castello distributore di Nola, mentre un altro andava ad alimentare la Città di Pompei: l'Acquedotto di Nola, come quello di Pompei, può essere dunque riferito tra gli anni 29/26 A. C., al primo ritorno di Augusto dall'Oriente, ma di quel ramo Nolano dell'Acquedotto Augusteo, nel Cinquecento, non rimaneva nemmeno una pietra.
Lo storico Remondini, (XVIII secolo) infine, ci spiega che si raccoglieva l'acqua pubblica, in un luogo chiamato Castello, per uso e comodo della Città di Nola, alla sua custodia era destinata una persona col titolo di Castellano, ed aveva l'autorità di vendere quest'acqua o di donarla, insieme agli Edili Curuli ed i Censori, i quali erano molto severi e castigavano chiunque violasse gli acquedotti od il Castello, o ne usurpava maggior copia di quella concessa.
Si distribuiva per Tegole, a foggia di canale o di canale a foggia di incurvate tegole...
Vi era una legge ed un decreto, che si concedeva l'acqua di novanta tegole a persona, cioè quella che sgorgava da un foro fatto in un marmo della grandezza di novanta delle memorate misure e non di più.