Gli scrittori romani, Aulo Gellio e Servio, descrissero il soggiorno del poeta Virgilio a Nola, ove aveva un piccolo podere ed una casetta, ed accennarono al fatto che i Magistrati delle acque di Nola, avessero negato l'acqua a Virgilio.
Il Prof. D'Avino, negli anni 1980, ipotizzava che Virgilio avesse questo podere sulla via Popilia, fra San Paolo e Palma Campania. Il Poeta richiese l'allacciamento dell'acqua, sul "formale" principale dell'acquedotto nolano, ma una legge vietava tale concessione, poiché il terreno si trovava fuori della cinta della Città di Nola. Lo prescriveva, infatti, un chiaro Senato/Consulto, riportato da Frontino, ove si leggeva (traduzione dal latino): " affinchè i piccoli condotti ed i tubi pubblici, non siano manomessi con tagli ", ed il fatto che le "Autorità" del tempo non avessero voluto favorire l'illustre personaggio, faceva scrivere ad Amedeo Maiuri, nel 1939 (su di una pubblicazione dell'Ist. Studi Romani): " onore dunque ai Duumviri ed ai Decurioni della Nola Augustea".
Secondo alcuni storici il Poeta della Georgiche, ne avrebbe emendato i versi, con una perifrasi, sostituendo il nome di Nola, ed ancora, in un passo dell'Eneide, omettendo deliberatamente di citare il nome di questa Città. Il passo di Aulo Gellio è il seguente: "Scriptum in quondam commentario repperi versus istos a Vergilio ita primum esse recitatos atque editos (Geog. VV.224/225) Tales divos erat Capua et vicina Vesevo Nola Jugo Postea Vergilium Petisse a Nolanis aquam uti Duceret in Propinquum Rus: Nolanus Beneficium Petitum Non Fecisse: Poetam Offensum Nomen Urbis Eorim Quasi Ex Hominum Memoria -Six Ex Carmi Ne Suo Deraisse- Oraque Pro Nolam Mutasse-Atque Ita Leliquisse et vicina Vesevo ora Jugo. Mutando Nola in ora!
Infine nel VII libro dell'Eneide, Virgilio, non fa menzione, nel Catalogo della rassegna di Turno, della storica e fiera Città di Nola, di antichissime origini Ausone, pur ricordando genti minori della Campania, e piccole città di difficile identificazione, quali: Rufrae- Batulum- Caelemnae, ecc. Ma alla interpretazione di Gellio e Servio, si oppose prima Ambrogio Leone e poi il Pontano, amico dello stesso, mentre il Sannazzaro, ingiustamente risentito del veto impostogli dai Nolani, di entrare nella Città, durante l'imperversare della peste a Napoli, nel 1529, componeva un epigramma:
"In festus musis nomen, male gratia potenti
Virginium Optatam Nolam Negavit Aquam"
rinfocolando in tal modo l'amarezza ed il risentimento dei nolani.