SPARTACO


La ribellione di Spartaco non fu né un episodio isolato, né un bagliore nella notte, ma esso andava maturando da un bel lasso di tempo; infatti lo storico romano Lucio Floro (Cap. XIX lib.III) scriveva all'epoca: "La ribellione di Erdonio che fece scorrere fiumi di sangue in mezzo alla stessa Roma; le inaudite crudeltà che il fiero Ennio, fingendosi invaso dal Furor Divino ed istruito ai misteri della Dea Siria, aveva esercitato nelle principali Città della Sicilia, accompagnandosi a gente facinorosa ed ad una folla di schiavi; la recente sollevazione di Arenione che, con gli avanzi delle bande di Emo, aprì le prigioni di tutta l'isola e formò un esercito così potente che sconfisse più volte i Pretori e prese gli alloggi di Servilio; l'ammutinamento giornaliero degli schiavi di Roma, che erano numerosissimi, risvegliarono l'attenzione dei principali cittadini che reclamarono un Senato-consulto, che ordinava sotto pene severe, l'imprigionamento dei medesimi nella notte e le catene durante il giorno".

In altri termini quanto scritto dallo storico Floro, dimostra questi fermenti che i tempi erano maturi per una sollevazione di massa, sfociò nella così detta Lega degli Oppressi, nell'anno 680 di Roma, cioè una rivolta di gladiatori che al grido di Luce e Libertà, levarono le armi contro i Romani oppressori.

Bisogna a questo punto chiarire che la guerra dei gladiatori, fu considerata dai Romani e dai loro storici, come una guerra infame ed obbrobriosa per Roma, e per questo gli storici, in omaggio all'orgoglio latino, se ne occuparono marginalmente, cercando di sorvolare sopra questo episodio, come una cosa dolorosa da ricordare e procurando di attenuare l'importanza e la grandezza. Ma, loro malgrado, sono costretti a dire quanto basta, per ricoprire di gloria quegli infelici schiavi, ed in special modo Spartaco, che molti non esitano a porre come valore, tra Mario e Cesare, e di cui lo stesso Lucio Floro, quello tra gli storici che meno poté digerire questa guerra, e che durante il suo racconto non risparmia un continuo vilipendio e per i gladiatori e per il loro Duce, alla fine è costretto ad ammettere che: "…Spartaco stesso combattendo nelle prime schiere coraggiosamente sen cadde con luce quasi di valentissimo capitano".

Spartaco meritava per ogni riguardo il posto occupato; unico suo difetto, che oscurava le sue brillanti qualità, era una sete ardente di sangue: avendo giurato nella sua ira, di non risparmiare la testa di alcun patrizio Romano.

Soldato, Trace di origine, aveva percorso la carriera militare nelle armate del Re del Ponto; la sua forza, la sua destrezza ed i suoi talenti lo avevano fatto ascendere ai primi posti; questo fatto, all'epoca che fu fatto prigioniero di guerra, invece di procurargli qualche riguardo, gli valsero al contrario tutte le umiliazioni, sino a farlo porre tra i gladiatori. Fiero e turbolento per natura, irritato da così indegni trattamenti, meditava in segreto la vendetta contro i suoi oppressori, che per sospetto d'intrighi sediziosi, lo tenevano da qualche tempo rinchiuso nelle prigioni di Lentulo a Capua. Ivi formò un gruppo di circa trenta uomini, ai quali confidò i suoi vasti ed ambiziosi progetti. Assicurate le sue corrispondenze con Telesino, Capo dei Marsi, e con Propidio, capo dei Lucani, e provveduti dagli stessi delle armi occorrenti, un convenuto giorno: "…ruppero le prigioni, uccisero il custode e le guardie romane, ed unendosi ai loro partigiani, cominciarono a scorrere e devastare per primo il territorio di Cora in Campania. In pochi giorni, Turrione, Nocera, Metaponto, furono soggiogate".

Così scriveva Lucio Floro: "Spartacus Crixus, aenomaus, effracto Lentuli ludo, cum triginta aut amplius eiusdem fortunae viris, eruperunt Capua… Deinceps Coram, totamque per vagantur Campaniam Nec villorum acque vicorum vastatione contenti Nolam, acque Nuceriam, Thurios atque Metapontum terribili stragi populantur".

Nel medesimo tempo tutte le comunicazioni con Roma furono intercettate dalle numerose pattuglie dei ribelli; mentre l'armata di Spartaco, forte di oltre diecimila uomini, era accampata nella selva vicino Sora, ed i capi si erano raccolti a consulto fra loro, indecisi se marciare subito su Roma, ignara delle loro mosse oppure, se meglio, rafforzarsi con i contingenti dei Ferentani e degli Irpini, ed allora nella stessa notte si posero in cammino per la Campania, ove attendevano anche rinforzi dai Locresi. Il rimanente delle Città Campane subito si arresero: Formia, Cuma, Pozzuoli, Palepoli, Ercolano, Pompei; solo Nola, inespugnabile per le munite fortificazioni e per il numero dei suoi cittadini, osò resistere, riportando anche qualche momentaneo vantaggio sulle truppe nemiche. Spartaco, irritato da questa inopportuna opposizione, giurò di sterminarla dalle fondamenta; se fosse però prima riuscito a fermare l'esercito romano che avanzava risolutamente, e che aveva stabilito di combattere alle falde del Vesuvio: "…mentre con le loro stesse catene gli schiavi fabbricarono le loro armi, e completarono gli scudi con le pelli di animali" (L. Floro).

Plutarco nelle "Vite Parallele" scriveva: "Si presentarono i gladiatori dinanzi a Nola, Città fiorente, ricca e popolosa della Campania, con il suo grandioso Foro, con i templi e le basiliche e portici vetusti splendidissimi, e prima di lanciarsi all'assalto, chiesero ai cittadini Nolani di lasciare libero il passaggio, promettendo di rispettare le vite e gli averi degli abitanti. Ma questi, atterriti dal pericolo che li minacciava, dopo essersi raccolti tumultuosamente nel Foro, chi per la resa, chi per la difesa propondendo, dopo inutili clamori e vane parole, vinse il partito dei più audaci e chiuse le porte della Città; i cittadini accorsero alle mura per respingere gli aggressori, dopo che messi furono inviati a Napoli, Brindisi e Roma, ad invocare soccorsi urgenti".  Ma gli Ambasciatori caddero nelle mani di Spartaco che sorvegliava non solo le strade, ma anche i sentieri; in tal modo la difesa dei Nolani si ridusse ad un folle ed impotente tentativo durato appena 2 ore. I gladiatori forniti di scale ed armati a dovizia, in breve si resero padroni delle mura ed inaspriti dalla difesa tentata, cominciarono a fare stragi e si abbandonarono a saccheggi. L'esercito romano raccolto con grande prontezza, facendo delle rapide marce, in pochi giorni, fu sotto le mura di Nola ed in breve attaccò i ribelli ai piedi del Vesuvio; ma avendoli trovati fortificati ed in posizione vantaggiosa sulle creste del monte, presero il partito di assediarli e ridurli alla fame, impedendo l'introduzione di qualsiasi commestibile, dopo aver circondato il Monte. Ma Spartaco, attuando un piano astuto, attraverso delle caverne naturali, a mezzo di corde ed altre scale fatte con vegetali, come scriveva Floro: "…fabbricate con delle viti flessibili selvagge, che il Monte Vesuvio in abbondanza produce, dandone Spartaco il primio esempio, discesero tutti fino alle più profonde radici".

Nella battaglia che seguì, i Romani presi di sorpresa lasciarono sul campo ventimila morti; gli altri presero la fuga, mentre mille Irpini a cavallo, giunti nello stesso giorno, si scagliarono sui resti della fanteria Romana che cercava di rifugiarsi in Nola dove altri duemila uomini furono trucidati.

Per circa 4 anni Spartaco tenne testa ai Romani, vincendoli in numerose e sanguinose battaglie; tra queste, oltre a quella del Vesuvio, di Casilino, di Acquino, di Fondi, di Camerino, di Norcia, di Maderna.

Il Console Marco Crasso, infine, sopraggiunto con ingenti forze, batté sul fiume Bradano in Lucania, definitivamente Spartaco; i ribelli cercarono scampo per mare su delle zattere mal fabbricate, composte da nasse e botti, connesse con giunchi, che non resistettero all'impeto delle acque. Furono quindi obbligati a tornare indietro e dare disperatamente battaglia, ma furono per la maggior parte trucidati, e lo stesso Spartaco rimase ucciso.

Lucio Floro scriveva: "…Spartacus ipse in primo agmine, fortissime dimicans, quasi imperator accisus est". Mentre di diverso avviso furono sia Plutarco, nella "Vita di Marco Crasso", che Appiano Alessandrino; essi infatti, scrivevano: "…nel seppellire i soldati romani morti al Brandano, si cercò invano il Corpo di Spartaco; non fu possibile rinvenirlo, e se ne fecero le più svariate e strane supposizioni, cento miglia lontane dal vero".

Quindici giorni dopo la battaglia del Bradano la guerra dei gladiatori era finita. Le poche migliaia di superstiti di quella rotta, sbandati per le montagne, senza capi e senza coesione, incalzati costantemente da Crasso e Pompeo, giunti quasi insieme sul luogo della battaglia, furono in pochi giorni massacrati e tagliati a pezzi, meno seimila che, presi vivi, vennero impiccati lungo la via Appia da Capua a Roma.