SEBETO

(Fiume)


L'etimologia del nome è oscura; il fiume aveva le sue sorgenti alle falde del Vesuvio, una volta ricco d'acqua e finanche pescoso. Con il volger dei secoli subì varie modifiche nel suo percorso, dovute alle eruzioni del Vesuvio ed a movimenti tellurici. Al corso d'acqua, la Città di Napoli dedicò un culto, ma il fiume deve la sua rinomanza alle celebrazioni di poeti, quali Virgilio che lo tramanda a noi con il nome di "Sebthide Ninpha" nel VII libro dell'Eneide, oltre che L. Giunio Columella e Papinio Stazio.

Nel Medioevo fu chiamato Rivus e poi Rubeolo, ma fu dimenticato a tal punto che Giovanni Boccaccio, venuto a Napoli, andò invano alla sua ricerca, e nel suo trattato "De Fluminibus", scrive: "…Il Sebeto è un fiume della Campania, secondo alcuni scorre presso Napoli, ed io ricordo di non averlo giammai visto quando dimorai colà!".

Riebbe rinomanza nel Rinascimento e fu "glorificato" dal Pontano ed altri poeti, diventando nuovamente celebre. Giovanni Merliano gli dedicò una Fontana. Secondo Ambrogio Leone, il Sebeto attingeva le sue acque dalle paludi nei pressi di Acerra e Suessola, le cui acque, cercando sbocco verso il mare, attraverso caverne sotterranee, penetravano nelle radici del Vesuvio, dove sgorgava dalle rocce e si raccoglieva in rivi; in tal modo il Sebeto era così abbondante d'acque e perenne.

Il Sebeto fu ricordato anche dal poeta Celio Magno che, proveniente da Venezia, visse per molto tempo a Napoli, tra il 1536 ed il 1602, che in un sonetto del suo "Canzoniere" scrive: "…mentre del bel Sebeto, ha le sue sponde", dedicando la poesia a questo fiume, mentre il Pontano, compose dei versi: "Lepidina, Egloga in 7 Cortei", ove si narrano le nozze della Ninfa Partenope con il fiume Sebeto.

Verso la fine del XVII secolo, l'Abate Celano suppose che l'antico Sebeto dovesse scorrere sotto le mura della Città di Napoli, sorgendo forse sotto la collina di Monterone, ai piedi di S. Marcellino, sfociava vicino al Mandracchio. Il Sebeto sarebbe poi sparito a causa di una gran tempesta avvenuta il 25 novembre 1343 al tempo di Giovanna I.  Fu tenuto in gran considerazione dai Borboni che lo raffigurarono con sembianze umane in molti monumenti, fontane e monete da Carlo III a Ferdinando IV, quasi come una divinità da tutelare.

Nel 1799 un ufficiale russo, passando sul "Ponte della Maddalena", ove "in illo tempore" scorreva il vecchio Sebeto, si meravigliò della grandezza del ponte medesimo, rispetto "alla pochissima acqua che vi scorreva sotto". Ai margini del Sebeto, sotto lo stesso Ponte, Carlo III d'Angiò, mandava a marcire la canapa ed il lino; quel sito era primo chiamato "Territorium Plagiense Parte Foris Fluvium" ed il Ponte "Pons Padulis" o "Guizzardo" e si vuole costruito da Roberto il Guiscardo, Duca di Puglia, che assediò la Città di Napoli nel 1078. Dopo molte peripezie questo ponte (quasi distrutto) fu rifatto nel 1556 per ordine del Viceré di Napoli Ferdinando Alvares de Toledo, dal Luogotenente Generale del Regno, Bernardino Mendosa e chiamato da allora "Ponte della Maddalena", mentre con Carlo III nel 1747, il ponte fu abbassato per consentire il passaggio dei veicoli e, in seguito, onde consentire il passaggio dei tram.

Il nome Sebeto fu dato ad un nuovo Teatro aperto nel 1830, nel cuore della Sezione Porto a Napoli; ed un grande attore del tempo, Francesco Stella, divenne famoso come "Pulcinella del Sebeto", con l'impresario teatrale Raffaele Felanga; in questo stesso teatro debutterà poi, nel 1860, il famoso attore Raffaele di Napoli.

Recenti studi hanno, però, confermato che il fiume Sebeto nasce dal Monte Somma, dalla Grotta detta "Delle Fontanelle del Cancellaro nel fondo della Preziosa"; le acque sorgive erano incanalate in parte nell'acquedotto della Bolla, mentre le restanti, scorrendo nelle campagne di Napoli, sboccavano dopo un corso lento e tortuoso nel mare di Napoli. Esso ora non è che poco più di un fiumiciattolo, quasi privo di acque, usato come canale di scarico di molte industrie; nei pressi della foce vi era un ponte detto "Pons Paldulis", poi "Guizzardo", ed infine della Maddalena. Il popolo lo chiama "Sciummitiello".