Frequentò, a Napoli, molti Conventi e verso il 1820, si trovava nel Cenobio della Sanità, quando scoppiarono i Moti del 1820 e la reazione del 1821.
Ebbe rapporti con liberali in Napoli ed in Campania, tanto che Luigi Settembrini, fa menzione di Frate Angelo nelle sue "Ricordanze", delle congiure dello stesso affermando di aver visto un cartello che assegnava una taglia di 300 ducati a chi avesse assicurato il Frate rivoluzionario alla giustizia. Padre Angelo, intanto, gettato alle ortiche il suo saio monacale, fuggì e, dopo rocambolesche avventure, tra la città di Napoli, le campagne circostanti ed i monti di Taurano, dove aveva riunito molti congiurati; era la notte del 19 agosto 1832 ma, tradito, forse da qualcuno che mirava alla taglia posta sul suo capo, dovette rifugiarsi nella Chiesa della Sanità a Napoli, dove un Frate, Diego Mezzanotte, lo nascose sotto un'altare, ma uno sbirro, scopertolo per caso, lo fece arrestare, con sentenza del 9/9/1833, il Frate, insieme ad altri cospiratori, fu condannato a morte. Ferdinando commutò la condanna a morte, con quella del carcere a vita, in quello di Santa Maria Apparente, dove conobbe il Settembrini. Passò, indi, nell'isola di S. Stefano, dove scontò 10 anni di duro ergastolo; nel 1848, il carcere gli fu commutato nelle prigioni del Santo Uffizio, che per i Minori Riformati, era il Convento di S. Francesco a Ripa in Roma. Frate Angelo si trovava là quando, nel 1848, fu elargito lo Statuto (la carta delle pubbliche Libertà) per la quale aveva cospirato e sofferto.
Morì nel 1854.