MARCO CLAUDIO MARCELLO


Nipote dell'omonimo Console del 287 a.C., fu Edile Curule, Pretore ed infine Console per la prima volta nel 222, nello stesso anno. Condusse con Gneo Cornelio Scipione la guerra contro gli Insubri e Gesati, guidati da Virdumaro, che fu ucciso dallo stesso Marcello mentre combattevano per la conquista di Clastidium (Casteggio); la guerra finì poco dopo con la vittoria dei Romani e l'occupazione da parte dei due Consoli di Mediolanum (Milano), mentre nel 212 assediò ed espugnò Siracusa, difesa da Archimede.

Secondo lo storico Tito Livio, tre battaglie furono combattute intorno a Nola, e tre volte Annibale fu battuto, principalmente dai Nolani, sotto la guida di Marcello. Scriveva Leone nel De Nola: "Victum esse Annibalem a Nolanis adiutore atque duce Marcello". Nelle "Vite Parallele", anche Plutarco descrive Marcello come uomo esperto delle cose di guerra, esperto nelle armi, forte nella persona, pronto di mano, e per natura, amico della guerra. Nel combattere corpo a corpo, fu in certo modo, superiore a sé stesso, perché non rifiutò mai disfide e sempre quanti lo provocavano, uccise.

Soleva dire Annibale che Fabio Massimo temeva come di maestro, e Marcello, come avversario, perché dall'uno gli si era impedito di far male ad altri, e dall'altro era danneggiato pur egli.

Marcello morì per un'imboscata tesagli dai Cartaginesi, presso il colle Petelio; Annibale, quando apprese della morte di Marcello, corse sul posto, guardò a lungo il cadavere del nemico, senza che il suo viso mostrasse gioia, lo fece poi cremare con tutti gli onori e dispose che le ceneri fossero poste in un'urna di argento, cinta da una corona di oro; le mandò quindi al figlio di Marcello, anch'esso esperto nelle armi.

Nel Seminario Vescovile di Nola, si conserva una lapide di gratitudine che il Senato Nolano fece scolpire in onore di Marcello, il vincitore di Annibale. In essa è scritto: "M.CL. MARCELLO ROMANORUM ENSI - FUGATO HANNIBALE DIREPSIT SYRACUSIS/V CONS./S P Q NOLANUS".

In seguito fu messo in dubbio l'autenticità ed attendibilità della lapide, pur essendo stata riconosciuta autentica da T. Mommsen, nel suo libro "Inscriptionis Regni Neapolitani Latinae", edito a Lipsia nel 1852.