Le radici profonde

Sempre più
difficilmente ci capita di lasciare l’auto per andare a spasso per le
campagne, per rilassarci e camminare un po’.
Ci guardiamo intorno e proviamo un senso di disagio, avvertiamo la
mancanza di qualcosa. E il “qualcosa” spesso appare all’improvviso: un
vecchio albero che si staglia verso il cielo.
Avvicinandoci vediamo le cicatrici della sua vita tormentata. Ci
dicono che ha resistito a tutto: pioggia, vento, sole. A volte anche ai
nemici più tremendi: le furie cieche e stupide degli uomini e del fuoco.
Se l’albero potesse comunicare con noi, e a suo modo lo fa, ci
direbbe che il segreto della sopravvivenza sta nelle radici.
Radici profonde, che un giorno dopo l’altro, sono riuscite ad
arrivare sino all’acqua chiara e dolce custodita da pietre antiche.
Poi, se la stagione sarà favorevole, l’albero darà fiori e frutti.

Ma, anche nelle
annate peggiori, continuerà caparbiamente a vivere, grazie a queste
risorse nascoste.
Esiste certo una somiglianza tra noi della contea nolana,
esternamente così rigidi e coriacei e i grandi alberi. Anche noi, come
loro, viviamo grazie a radici antiche.
Solo che le nostre sono immateriali, come raggi di luce, e vanno dal
profondo della nostra anima a quelle dei padri e delle madri.
Sono radici dai colori chiari e sgargianti come quelli dei nostri
Gigli vestiti a festa. Colori antichi, o rifatti su quelli antichi,
tramite tra noi e chi ci ha tramandato, come amore, questa eredità.
Abbiamo sete di cose belle e di sicurezza, lo scintillio di questi
colori di casa ci rassicurano come la luce di un faro durante un temporale
per i marinai.
E probabilmente, esiste un nesso logico tra l’attuale periodo di
crisi e la ricerca e riscoperta della Festa dei Ceri Gigliati di Nola.
Nei giorni di festa anche chi vive o lavora “fuori” ritorna.
Vediamo persone di ogni età, spinte dalla devozione o dal desiderio
di sentirsi integrate in un tessuto sociale che, nelle città, è ormai
degradato.
Per un giorno magico, anche le persone più gelidamente razionali
tolgono la maschera.
E rivediamo il volto della gente di un tempo perduto, o creduto
tale.
Il tempo sospeso tra fiaba e sogno, custodito nell’anima del bambino
che continua a vivere in ognuno di noi.
Così riscopriamo il senso del giorno di festa come momento
d’interruzione della fatica quotidiana.
Niente, infatti, potrebbe sottolinearlo meglio dei colori della
festa, delle strade cosparse da mille foglietti colorati, delle facciate
ricoperte di drappi ricamati.

Secondo le antiche
usanze, il Cero Gigliato è il tramite, l’anello di congiunzione tra la
terra (uomo), e il cielo (divino), quindi chi partecipa a questi riti è
“l’interfaccia” tra la comunità e la divinità.
Mi piace vedere nella scoperta di questi rituali, un ‘affermazione
di speranza in un futuro vivibile.
Nonostante si vive in una società, tutto sommato bizzarra, che
tutela giovani delinquenti, e trascura chi si è comportato sempre bene,
scoraggiandolo.
Per lungo tempo la parola “gioia” e “bellezza” sono state
considerate in modo distorto.
Partecipando alla festa si nota una bellezza non sempre con canoni
classici, ma sempre ricoperta dalla luminosità della gioia.
Vediamo anche rinascere, spontaneamente, la lingua di un popolo.
Una lingua fatta non solo di parole, ma di tanti gesti e piccoli
particolari, canti, musiche, gli spari per esorcizzare gli spiriti
maligni, e tante altre cose.
Nella festa, riprendiamo contatto con noi stessi, e torniamo
indietro rinnovati, perché quest’acqua lava via anche certi nostri
atteggiamenti autolesionisti.
Chi di noi si è sentito solo, si accorge di non esserlo più.
Abbiamo come compagni di strada, non solo i nostri coetanei che
vediamo, ma anche i ricordi e le speranze di chi è vissuto prima di noi, o
non vive più.
Perché le radici profonde dei nostri figli siamo noi.
Credo che perché una persona si realizzi armoniosamente, non debba
essere voluta e amata solo dai suoi genitori.
Ciascuno, in un certo senso è parente di una comunità intera.
E vive anche grazie al sostegno, ed allo stimolo di tutti.
Come gli alberi cresciuti sulla scarpata che si sostengono l’uno con
l’altro. Ancorandosi alla terra con legni nodosi come le mani dei vecchi.
Le radici della coscienza, intervengono anche con noi.
A sorreggerci nei momenti di smarrimento, a fare contorno alla
nostra gioia, e a schermare il dolore quando cadiamo.
Mi auguro che questa mia riflessione venga condivisa da molti altri,
così si riuscirà anche a tutelare il patrimonio che abbiamo, e che
rischiamo di dilapidare come imbecilli.
Antonio Napolitano
Progetto per la riqualificazione
della Barca di San Paolino



Medioevo Nolano
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