La Contea Nolana
Libera Associazione Culturale e di Volontariato
iscritta all'albo del Volontariato della Regione Campania N° 1801 del 10/03/99

Nolani sconosciuti

 

BRUNO SPAMPANATO

 

Bruno Spampanato, figlio del professore Vincenzo Spampanato  considerato uno dei massimi studiosi delle opere del filosofo Giordano Bruno, nasce a Salerno il 5 agosto 1902. Studiò a Nola, visse la sua gioventù a Nola presso la casa paterna posta nel vicolo del Duomo, si trasferì ben presto a Napoli, in età adulta a Roma. Aderisce al fascismo sin dalla prima ora (1919) e partecipa alla marcia su Roma dell’ottobre 1922. Dal 1920 collabora, con Enrico Corradini e Luigi Federzoni al settimanale dell’Associazione Nazionalista Italiana “Idea Nazionale”, detto movimento confluirà nel 1923 nel Partito Nazionale Fascista.

A Nola fonda

Gente Nostra: Quindicinale diretto da Bruno Spampanato ed Alfonso Vito, con la Redazione a Nola, in via San Felice 32 e l'amministrazione a Palma Campania. Sorse nel febbraio del 1923, ed era l'Organo dei Nazionalisti dell'Agro di Nola. Uno dei fondatori di questo Partito a Nola fu il professore Ciro Maione (1902/1980), passato in seguito al Partito Nazionale Fascista, del quale fu segretario politico ed infine ispettore di zona. Bruno Spampanato era figlio del professore Vincenzo Spampanato, da giovane studiò a Nola, ma passò ben presto a Napoli ed infine a Roma. Fu direttore del Messaggero di Roma, all'epoca il più letto "Foglio" della Capitale. Nel dopoguerra fu eletto deputato col MSI, con forti consensi; al tempo della Repubblica di Salò ricoprì cariche di responsabilità nel Regime e nel giornalismo. Scrisse "Storia della Repubblica di Salò", "Divenire Fascista", "Discorso al Popolo", "Un Bilancio di Partito", "Idee e Baionette", "Contromemoriale", in tre volumi, forse la sua opera più importante. Particolare curioso, "Gente Nostra" (la rivista), fu subito squalificata dalla Federazione Provinciale Fascista di Napoli, come recitava il Roma, nei numeri 4 e 5, del settembre 1923.

La gioventù e l'adesione al Fascismo

Appartenente ad una famiglia di tradizioni e sentimenti risorgimentali (suo nonno materno fu al fianco di Giuseppe Garibaldi in Sicilia e partecipò alla battaglia di Calatafimi), Spampanato aderisce giovanissimo al Fascismo, a soli diciassette anni nel 1919. L'anno seguente inizia a collaborare a L'Idea Nazionale di Enrico Corradini e Luigi Federzoni. Sempre il medesimo anno le sue collaborazioni si estendono a Il Mattino e a Il Popolo d'Italia, nonchè a diverse riviste straniere. Come fascista partecipa al congresso squadrista di Napoli e alla successiva Marcia su Roma.

Nel 1924 si laurea in giurisprudenza, avviandosi anche alla professione forense e contemporaneamente si dedica a studi storici ed economici. Nonostante questi impegni fra 1924 e 1926 riesce a far pubblicare tre opere: Divenire fascista, Le origini e lo sviluppo del Fascismo e Un bilancio di partito.

Nel 1926 si dedica definitivamente al giornalismo, prendendo la direzione del quotidiano napoletano Lo Stato ma contemporaneamente si interessa anche ai problemi giuslavoristi e sindacali: nel 1930, così, diviene dirigente dell'Unione dei Lavoratori dell'Agricoltura di Avellino.

Nel 1932 fonda le riviste La Montagna e Politica Nuova e fra 1932 e 1935 pubblica i volumi Discorsi al popolo, La politica finanziaria della Destra storica, Popolo e Regime, Idee e baionette e infine il saggio polemico Democrazia fascista.

Fra 1935 e 1942 pubblica ancora molti libri, fra cui L'Italia di noi e Uomini nel tempo.

Nell'ambito della sua attività giuslavorista e sindacale, nel 1941 viene nominato segretario nazionale della Confederazione dei Lavoratori del Commercio, pur continuando la carriera di scrittore coi volumi Dentro la Storia, Luce ad occidente, Perchè questa guerra. Parte quindi volontario in guerra.

La Repubblica Sociale Italiana

Con l'8 settembre 1943 si schiera immediatamente con la Repubblica Sociale Italiana, per la quale si presenta anche volontario per l'arruolamento militare, e viene impiegato presso i comandi della Decima MAS e quindi al Comando Supremo. Contemporaneamente, fra 1943 e 1944, dirige a Roma Il Messaggero e pubblica - sempre nella Capitale - A Roma si vive così. E' fra gli ultimi ad abbandonare Roma poco prima dell'occupazione alleata il 4 giugno 1944.

Durante la guerra civile Spampanato è oggetto di numerosi attacchi e minacce di morte da parte delle radio alleate - Radio Bari in particolare - ed è considerato uno degli uomini più influenti della RSI, partecipando attivamente alla stesura dei Punti di Verona e restando vicino a Mussolini fino alla fine, raccogliendo anche interviste col dittatore e sue confidenze.

Il dopoguerra

Con la fine della guerra Spampanato viene sottoposto ad epurazione e viene incarcerato. Liberato con l'amnistia voluta da Palmiro Togliatti, aderisce al Movimento Sociale Italiano, nelle file del quale viene eletto deputato nel 1953. L'anno precedente - per un breve periodo - è stato il primo direttore de Il Secolo d'Italia. Negli anni del dopoguerra fonda e dirige i periodici Sud illustrato, Noi e La Voce.

Fra 1949 e 1951 scrive il Contromemoriale, pubblicato prima a puntate, poi raccolto organicamente negli anni successivi. Muore nel 1958, prematuramente: alla Camera dei Deputati la sua scomparsa raccoglie il cordoglio dei gruppi parlamentari del MSI, della Democrazia Cristiana, dei Liberali e del Partito Democratico, oltre che del governo allora in carica.

Opere

Divenire fascista

  • Le origini e lo sviluppo del Fascismo

  • Un bilancio di partito

  • Discorsi al popolo

  • La politica finanziaria della Destra storica

  • Luci ed ombre del secolo

  • Trent'anni

  • Popolo e Regime

  • Idee e baionette

  • Democrazia fascista

  • L'Italia di noi

  • Uomini nel tempo

  • Dentro la Storia

  • Luce ad occidente

  • Perchè questa guerra

  • A Roma si vive così

  • Contromemoriale

Direttori DEL MESSAGGERO

Fedele Albanese (16 dicembre 1878 - aprile 1879)

Luigi Arnaldo Vassallo (aprile 1879- 21 agosto 1880)

Luigi Cesana (22 agosto 1880 - aprile 1905)

Luigi Arnaldo Vassallo (condirettore, 22 agosto 1880-1883)

Ottorino Raimondi (aprile 1905-1908)

Italo Carlo Falbo (1908-1911)

Roberto Villetti (1911-1915)

...

Virginio Gayda (1921-1926)

Pier Giulio Breschi (1926-29 aprile 1930)

Crispolto Crispolti (30 aprile 1930 - 3 dicembre 1932)

Francesco Malgeri (4 dicembre 1932 - 17 luglio 1941)

Fausto Buoninsegni (18 luglio 1941 - febbraio 1943)

Alessandro Pavolini (febbraio-luglio 1943)

Tommaso Smith (luglio-settembre 1943)

Bruno Spampanato (settembre 1943 - 1944)

Gestione dell'Allied Publication Board anglo-americano.

Arrigo Jacchia (1945-1946)

Mario Missiroli (1946-1952)

Alessandro Perrone (1952- maggio 1974)

Italo Pietra (maggio 1974-giugno 1975)

Luigi Fossati (1975-1980)

Vittorio Emiliani (1980-1987)

Mario Pendinelli (1987-20 novembre 1993)

Giulio Anselmi (1993-maggio 1996)

Pietro Calabrese (giugno 1996-2000)

Paolo Graldi (2000- ottobre 2002)

Paolo Gambescia (ottobre 2002-31 gennaio 2006)

Roberto Napoletano (1° febbraio 2006 - oggi)

 

“La repubblica necessaria”. Il fascismo repubblicano a Roma

Milano, Franco Angeli, pp. 173, € 18,00

 L’interesse dell’autore si appunta sulla storia del fascismo repubblicano nella capitale: il luogo simbolo dell’Italia fascista e imperiale, escluso per ragioni politico-strategiche dal ruolo di centro della Repubblica, vede accamparsi nel suo seno un personale politico tra i meno commendevoli dell’intera vicenda dell’Italia fascista repubblicana. La vicenda della “Banda Pollastrini” – precoce segnale di un costume brigantesco nei confronti dell’ordine pubblico e dell’intera cittadinanza – connota nella storiografia, nella memoria, nella conoscenza comune tutto il carattere del fascismo romano dopo l’8 settembre 1943. Amedeo Osti Guerrazzi si impegna nel tentativo di andare più a fondo e di portare alla luce ideologia cultura stati d’animo di questo mondo difficile da identificare e da riconoscere. La ricerca negli archivi e nella stampa locale consente tuttavia a Osti Guerrazzi di andare oltre il luogo comune e l’immagine consolidata. Roma fascista non è un’eccezione rispetto alla restante “Italia del Duce”: antisemita e subordinata ai tedeschi, tormentata dalla carenza di risorse di ogni genere, indifesa rispetto a tutte le traversie della guerra. I fascisti repubblicani portano anche nell’Urbe il loro costume rissoso e prevaricatore. Sotto l’egida – è bene notarlo – delle più alte gerarchie del Partito. Inutilmente fin dal novembre Buffarini Guidi mette in guardia verso il pericolo delle azioni di polizia promosse dalla Federazione fascista senza tener conto dell’esistenza della Polizia di Stato. Il parametro della legalità (sia pur solo formale) è costituzionalmente estraneo alla cultura del nuovo fascismo, sensibile solo all’appello squadrista, restauratore dei valori nazionali e guerrieri. In questo quadro Osti Guerrazzi è in grado di collocare la violenza dispiegata e la crudeltà in una veste “razionale”, la sua ricostruzione degli orrori si sottrae alla funzione deprecatoria e autoassolutoria di quanti si ostinano a vedere nelle vicende dell’ultimo fascismo solo aspetti di devianza patologica. Riescono a diventare componente riconoscibile della storia dell’Italia del Novecento, elemento di una delle identità nazionali con cui è necessario confrontarsi. E infine c’è anche il fascismo conciliatore e pieno di buon senso, che cerca mediazioni – non sempre nettamente definibili – con l’altra Italia, quella antifascista. È la posizione ad esempio di Bruno Spampanato: debole tuttavia di fronte alle richieste tedesche (come quando si piegò a denunciare i tipografi del «Messaggero» che avevano scioperato) e soprattutto orientato sì alla conciliazione nazionale, all’unione di tutti gli italiani; ma solo a condizione che ciò comportasse la scelta di combattere a fianco dei camerati germanici. È questo il limite di tutte le proposte di pacificazione avanzate dai “moderati” della Repubblica, e su cui in sostanza poco si riflette. Il lavoro di Osti Guerrazzi ha anche il merito di farci percepire con nettezza questo discrimine.

 Luigi Canapini

DALL’ARCHIVIO DEL CORRIERE DELLA SERA

da Salo' al socialismo un " ponte " per salvarsi

li chiamavano i " pontieri " e volevano indurre Mussolini ad allearsi con la Resistenza. c' erano fedelissimi come Giorgio Pini, partigiani e tanti giornalisti, come Carlo Silvestri:

 Da al socialismo Un "ponte" per salvarsi STORIA Li chiamavano i "pontieri" e volevano indurre Mussolini ad allearsi con la Resistenza C' erano fedelissimi come Giorgio Pini, partigiani e tanti giornalisti, come Carlo Silvestri - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - Filippo Anfuso, ambasciatore di Salo' a Berlino e poi ministro degli Esteri della Repubblica Sociale, sopravvissuto agli eventi di cui e' stato testimone, scrive le sue memorie. E di quei giorni ricorda tra l' altro: "La domanda che ci si faceva piu' spesso in quel periodo era questa: "Tu sei per il ponte?". Il ponte era quello che avrebbe dovuto congiungerci ai nostri avversari sotterranei". Dunque, uno dei mille progetti elaborati da Mussolini e dai gerarchi per tentare in extremis di preservare l' eredita' fascista e di salvarsi? Forse, ma anche qualcosa di piu' , e di piu' complesso e sottile, pur nella sua illogicita' . In pratica, il "ponte" fu il tentativo di un gruppo di fascisti moderati di realizzare un collegamento (da cui il nome allusivo) con quelli dell' altra parte della barricata, nell' illusione di stabilire un dialogo, di incontrarsi e possibilmente di evitare d' ammazzarsi. Mussolini, le cui antenne di politico continuarono fino alla fine a captare ogni segnale, aveva subito capito che qualsiasi contatto avrebbe potuto servire un giorno, sicche' l' idea di lanciare quel ponte gli piacque. Cosi' come gli piaceranno alla fine, nonostante i bellicosi propositi di intransigenza, i tanti conati per patteggiare una resa compromissoria dei suoi gerarchi, dai ministri Tarchi e Zerbino, al capo della polizia Montagna, al sottosegretario Mellini Ponce de Leon con gli svizzeri e via discorrendo. Credo che il promotore del "ponte" sia stato Giorgio Pini, fascista alieno da ogni fanatismo. Pini era un buon giornalista, per anni in pratica il vero direttore del "Popolo d' Italia" dove Mussolini da Roma gli telefonava ogni sera, infine nella Rsi direttore del "Resto del Carlino". Riformista e moderato, pensava piu' che altro a far cessare gli orrori della guerra civile (avra' la vita distrutta dall' assassinio del figlio sedicenne dopo la liberazione, di quel ragazzo non si trovera' mai il cadavere). "Bando ai rancori e agli odi" scriveva nel suo giornale: e quasi per mostrare d' apprezzare la sua linea, per farlo intendere pubblicamente, il Duce nell' ottobre 1944 lo nomina sottosegretario agli Interni. Pini accetta, chissa' non gli riesca di realizzare qualcuna delle sue teorie "rivoluzionarie": rinnovamento totale di metodi e di uomini, apertura a chi professa idee diverse da quelle di Salo' , riconciliazione tra italiani, fine della politica dell' intrigo, della violenza, delle cento polizie, delle faide. In una parola, il ponte. In principio, le adesioni sono tutte giornalistiche, tutte di direttori di quotidiani. Sono per il ponte Ather Capelli della "Gazzetta del Popolo", Concetto Pettinato della "Stampa", Mirko Giobbe della "Nazione", Bruno Spampanato del "Messaggero", Carlo Borsani di "Repubblica Fascista", Alberto Giovannini de "L' ora", Ugo Manunta gia' vicedirettore del "Corriere della Sera". Giovannini va piu' in la' , chiede addirittura "pluralita' politiche". Il ministro Biggini lo appoggia suggerendo di riconoscere il Comitato di liberazione nazionale e l' ex prefetto di Milano Parini arriva ad auspicare un regime di liberta' per ogni partito. Il tema trova spazio, l' argomento viene dibattuto anche al di fuori dei giornali, tra riunioni, pronunciamenti, rivendicazioni confusionarie, ipotesi fantastiche, com' e' tipico di questo periodo. Intanto il cerchio si allarga, aderiscono esponenti autorevoli del neofascismo, il ministro della Giustizia Pisenti, il capo ufficio stampa della "Muti" Gorrieri (entrambi ex squadristi). Anche l' ambasciatore Rolandi Ricci che nel 1924 aveva lasciato la diplomazia con il conte Sforza per non riconoscere il governo di Mussolini ora si e' schierato anima e corpo dalla sua parte. Carlo Silvestri, ex giornalista del "Corriere" di Albertini, socialista, uscito dal giornale con il suo direttore, era stato uno dei piu' duri accusatori del Duce al tempo del delitto Matteotti. Adesso Silvestri e' la personificazione fisica del ponte. Ha organizzato una specie di Croce Rossa per salvare gli uomini della Resistenza arrestati, chiedendone la liberazione a Mussolini (e quasi sempre ottenendola) in virtu' del rapporto d' amicizia istituito con l' antico avversario. Si vedono spesso a Gargnano, restano a lungo a discorrere nella sera, rievocano vecchi incontri e scontri, ormai superati dagli anni e dagli eventi. Tra loro e' caduto ogni steccato e Mussolini non e' mai stato crudele. Accettera' quasi con entusiasmo l' estrema proposta di Silvestri, la piu' cervellotica di tutte: rimetta la Repubblica e la socializzazione ai soli che possono avervi qualcosa in comune, i vecchi compagni socialisti, pensera' lui a far da tramite, da "ponte", per la consegna. Sara' il modo per chiudere dignitosamente l' avventura, con un ritorno finale agli ideali della giovinezza e lasciando un' eredita' non caduca. Figurarsi la reazione dei duri di Salo' a proposte di contatti con gli antifascisti. I Farinacci, i Pavolini, i Mezzasoma, i Preziosi, i Buffarini (il quale, pero' , e' piu' furbo che duro), i Porta rifiutano simili compromessi. Farinacci vi vede la spia della decadenza psichica del Duce. Pavolini non giunge a tanto perche' non oserebbe mai, ma la pensa come il gerarca di Cremona. Mezzasoma e' gia' in grande sospetto per l' idea balzana di consentire al filosofo napoletano Cione di costituire una specie di partito di opposizione al fascismo, sia pure un' opposizione gestita a Salo' . Sono in allarme anche i tedeschi, preoccupati per le alzate d' ingegno di Mussolini. Fino ad ora Hitler gli ha lasciato la briglia lunga, ma adesso si chiede cos' abbia in testa e se non sia il caso di togliere di mezzo un personaggio divenuto incontrollabile e di fare senza tanti riguardi dell' Italia cio' che aveva cercato di mascherare: occuparla dichiaratamente senza tanti riguardi, mandando a casa fascismo e fascisti. Poi soprassiede: lasciamo a questi poveretti le loro ultime illusioni. Quando sgarreranno, ci penseremo noi. Molti pagano caro il patetico tentativo di embrassons nous. Il mite giornalista Ather Capelli viene assassinato a Torino il 31 marzo 1944 dai Gap, anticipatori delle tecniche delle Brigate Rosse, mentre esce da casa per andare in redazione. Cosi' il federale di Bologna Facchini, anch' egli propenso al ponte e paghera' con la vita il cieco di guerra Carlo Borsani, medaglia d' oro. Ucciso il federale di Ferrara Ghisellini, forse il primo tra i fascisti riemersi dopo l' otto settembre, a parlare di pacificazione e di chiusura con il passato dittatoriale. Mai invece che venga colpito dai Gap qualcuno dei duri, e si capisce. Per gli intransigenti il pericolo e' costituito da chi tenta di avvicinare l' avversario, di proporre soluzioni sopra le parti, di superare la barriera dell' odio. C' e' il pericolo che venga ascoltato, magari creduto. C' e' il pericolo del contagio. Cosi' possono tranquillamente circolare indenni personaggi come Farinacci o come Pavolini, bersagli facilissimi. Pare che a Milano i Gap avessero in mente un attentato a Mussolini, quando venne a parlare al Lirico nel dicembre 1994. Forse ci ripensarono. Chi avrebbe dovuto costruire l' altra spalletta del ponte? Secondo i fascisti sostenitori dell' apertura, i socialisti. Contatti ve ne furono, indubbiamente, e a tenerli fu Corrado Bonfantini, comandante delle Brigate "Matteotti" (le quali, secondo alcuni storici della Resistenza, esistevano piu' sulla carta che nella realta' ). Bonfantini, novarese, nel movimento partigiano socialista rappresentava l' ala moderata. Probabilmente non credeva a possibilita' di palingenesi finali, piuttosto tentava di contrastare l' imbarbarimento della lotta, di ridurre lo spargimento di sangue. Non gli pareva esecrabile ascoltare le proposte dei fascisti del "ponte", specie di quelli ritenuti di buona fede. Incontrava il ministro Biggini, certamente un uomo onesto, il capo della Polizia Montagna, anche ufficiali propensi al doppio gioco. Si davano appuntamento in casa di Gorieri, il capo ufficio stampa della "Muti", in via Montenapoleone 24. Al piano di sopra c' era la redazione clandestina dell' "Avanti!". Per Bonfantini, casa e bottega. Pare sicuro che Bonfantini abbia visto Mussolini a Gargnano, all' insaputa dei capi del Psi clandestino. Ve lo avrebbe portato Silvestri, al quale (dira' poi) "noi combattenti della Resistenza dovevamo la vita di tanti nostri compagni". Nessuno ha mai saputo cosa si siano detti, ne' Bonfantini ha confermato l' incontro; anche perche' sarebbe stato immediatamente emarginato dai capi del socialismo partigiano, presso i quali gia' godeva di scarso credito. Quando Silvestri ando' a proporre al Psi di accettare il disegno di Mussolini, il quale intendeva consegnare ad essi la Repubblica e la socializzazione, Pertini reagi' come se fosse stato morso da un serpente. Straccio' la lettera contenente gli estremi dell' offerta mussoliniana, invei' contro Silvestri, grido' che con i fascisti non era pensabile alcun contatto e che il Duce doveva soltanto rimettersi alla giustizia del popolo. Cosi' finirono i patteggiamenti portati avanti da Bonfantini, che Pertini, Basso e Nenni minacciarono di cacciare dal partito. Com' era prevedibile, il ponte conduce nel nulla. Non c' era piu' tempo per un accordo, bisognava pensare a salvarsi. Cominciarono tutti a trattare, andavano ad informare Mussolini e lui li incoraggiava, anche se poi proclamava che avrebbe resistito fino all' ultimo e scelto la "bella morte". Il Duce aveva detto a Silvestri di voler rimettere i poteri al Comitato di liberazione nazionale a costo di farsi catturare dai tedeschi. "...ma poi, secondo il suo costume, tergiveso' , rimando' , complico' le cose" e non ne fece nulla. Credeva di poter ottenere di meglio dagli svizzeri, tramite il loro console a Milano Troendle; e quando seppe, attraverso il suo intermediario Mellini Ponce de Leon, che non volevano accogliere fascisti, e tanto meno lui, capi' che stavolta non c' erano piu' speranze.

Bertoldi Silvio

LE COSTITUZIONI DELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA

ASSEMBLEA COSTITUENTE

Da LE COSTITUZIONI DELLA R.S.I. VITTORIO ROLANDI RICCI IL "SOCRATE" DI MUSSOLINI

di Franco Franchi. Settimo Sigillo, 1997.

1 - R.S.I.: fervore intellettuale per uno Stato nuovo

    La Repubblica Sociale Italiana non è soltanto un fatto militare. Migliaia e migliaia di giovani, qualche milione di persone, scelsero questa via - si afferma - per l'onore d'Italia o per l'ideale della socializzazione. Ed è vero; ma c'era anche ,un terzo motivo, il meno espresso, forse il più radicato: la voglia di cambiare le cose, la ripresa della rivoluzione interrotta. Quindi il bisogno di creare uno Stato nuovo fondato sulla libertà e sul consenso popolare, con una audace caratterizzazione sociale capace di trasformare in più avanzati traguardi le conquiste basilari del ventennio.

    Lo spirito di Dalmine torna a dominare sul tornacontismo dell’alta borghesia capitalistica in tresca col nemico.

    Nascono canzoni nuove: fiere e malinconiche; cantano la guerra. il sacrificio. la bella morte per un’Italia più pura e più giusta; cantano l'amore, la rabbia contro il tradimento, la voglia di vivere per costruire. La cultura annovera personaggi come Giovanni Gentile e Pericle Ducati - entrambi assassinati nei primi mesi del '44 - e Ardengo Soffici. Una sapiente politica di pacificazione degli animi - che ben presto si dimostrerà impraticabile - lascia alla guida delle Università anche notissimi antifascisti come, a Padova, Concetto Marchesi. Ai più eminenti giornalisti e scrittori vengono affidate - dal primo Consiglio dei ministri dello Stato repubblicano, riunito il 27 settembre 1943 alla Rocca delle Camminate - le più qualificate testate: ad Ermanno Amicudi il «Corriere della Sera»; a Giorgio Pini il «Resto del Carlino»; a mirko Giobbe «La Nazione»; ad Ather Capelli la «Gazzetta del Popolo»; ad Umberto Guglielmotti il «Giornale d'Italia»; a Bruno Spampanato «Il Messaggero». Successivamente: a Ezio Maria Gray, condirettore, la «Gazzetta del Popolo»; a Concetto Pettinato «La Stampa»; a Guido Baroni «Il Gazzettino»; a Giuseppe Castelletti «L'Arena» di Verona; ad Ernesto Daquanno il «Lavoro» di Genova; a Ugo Manunta «La Sera» di Milano; a Carlo Borsani il nuovo quotidiano milanese «Repubblica Fascista» che - dopo qualche mese - sarà assunto da Enzo Pezzato, altro giovane mutilato di guerra.

    Giovani e vecchi, costituzionalisti e uomini politici, giornalisti e studiosi, cominciano - per disposizione di Mussolini - a preparare memorie e progetti di Costituzione per il nuovo Stato.

    Quanti ne furono scritti? Molti, tra ufficiali, semi-ufficiali e spontanei. Purtroppo è difficile ritrovarli ammesso che siano sopravvissuti alle distruzioni ed ai saccheggi - e c'è sempre da sperare che chi ne ha notizia si decida a fornire indicazioni e chi li possiede, a tirarli fuori. Ermanno Amicucci (I 600 giorni di Mussolini, tre edizioni da marzo a giugno 1948) parla - tra l'altro - di progetti presentati da «commissioni giuridiche e politiche», di cui però non si è trovata traccia; ma c'è da credergli: prima di tutto perché non ha motivo di affermare il falso in un libro fondamentale che è una precisa ricostruzione degli eventi di quel periodo; in secondo luogo perché Amicuccí scrive nell'immediato dopoguerra e quindi a ridosso degli avvenimenti; in terzo luogo perché Amicucci, alla direzione del più importante quotidiano italiano, «Il Corriere della Sera», dal 3 ottobre 1943 sino a fine aprile 1945, cioè per tutto il periodo della R.S.I., si trova nell'osservatorio più alto e qualificato, punto di riferimento di notizie e di documenti.

    Ma c'è un'altra fondamentale testimonianza, quella di Bruno Spampanato che nel suo L'ultimo Mussolini (Contromemoriale) afferma che Mussolini «aveva sentito molti. Aveva chiamato un giurista, Rolandi Ricci. Aveva ricevuto spesso anche Biggini, che era stato professore di diritto corporativo all’Università di Pisa. Preziosi mi disse di avergli mandato anche lui una nota. Ci devono essere stati anche altri. Io stesso dovetti chiudermi nella mia camera all'albergo Maderno per preparare degli appunti... Quando m'aveva chiesto una relazione sulla Costituzione americana e su quella turca, la preoccupazione di non essere preciso mi fece arrivare fino a Roma per cercare altre pubblicazioni sulla Turchia, all’Istituto per il Medio Oriente. E la relazione dovette interessarlo. Il 7 novembre 1943 disse al generale Canevari che era molto soddisfatto del lavoro compiuto circa la Costituzione repubblicana che era già stata approntata da appositi esperti: una Costituzione del tipo nord-americano con qualche cosa della Costituzione turca».

    Non tutto dei progetti ha valore scientifico; non tutti gli articoli giornalistici, nella stampa nazionale o di provincia, sono saggi di diritto costituzionale. C'è spesso approssimazione, c'è intuizione politica genuina, c'è indicazione di cambiamento per polemica politica: ma il dato certo è che in tutta la gente della R.S.I., colta o non colta, combattente o civile, esplode questa voglia di costruire uno Stato nuovo per tutti gli italiani. E ovunque si invoca l'Assemblea Costituente.

8 - Il progetto Spampanato per l'Assemblea Costituente

    Mussolini sente che la nazione è smembrata e che occorre ricostituire lo Stato anche nelle sue strutture materiali, per restituirle un concreto punto di riferimento. Vuole soprattutto per questo la Costituente e ne ordina il progetto a Bruno Spampanato, il quale lo prepara rapidamente e con grande scrupolo e lo presenta sotto forma di Appunto per il Duce.

    Rinviamo all’Appendice I per il testo integrale del documento, approvato da Mussolini e tratto dal Contromemoriale dello stesso Spampanato. Qui ne riportiamo le note di introduzione e di chiusura.

    Si riproduce qui il testo integrale del progetto per la Costituente redatto da Bruno Spampanato nell'ottobre del 1943, per ordine di Mussolini. L'originale è allegato all'incartamento del «processo Spampanato» all’archivio della Cassazione. Fu sequestrato a Spampanato, al suo arresto, e gli fu contestato al processo dinanzi alle Assise Speciali di Roma. (p. 347).

    ... Un comunicato annunziò che il Consiglio dei ministri del 16 dicembre aveva discusso circa i criteri di costituzione della Costituente e le categorie che vi sarebbero state rappresentate. Gli ambienti del partito avevano sul momento forzato la mano del Duce. Sembrò, infatti, che Mussolini in qualche punto fosse tornato su quanto aveva confermato a Spampanato, come ad es. per i capi provincia che non dovevano partecipare all’Assemblea in quanto funzionari dello Stato, e che invece si elencavano nel comunicato. Anche per i militari il comunicato si riferiva solo alle associazioni, escludendo quella rappresentanza diretta prospettata nel progetto di Spampanato. Né si faceva menzione della rappresentanza di altri gruppi politici, coerente col principio di uno stato pluripartitico, pur con la responsabilità di governo al P.F.R. (Principio per cui tutta una corrente di vecchi fascisti continuò a battersi a Nord e che Mussolini sanzionerà alla fine del '44 con il riconoscimento di un primo partito, il Raggruppamento di Cione)... (p. 354).

    Il progetto riproduce quanto di più moderno ed aperto si potesse in quel momento ipotizzare, e realizza - almeno teoricamente - una rappresentanza così vasta di categorie partecipanti da potersi considerare una autentica Assemblea di Popolo. Dopo avere elencato nove «principali motivi» per «l'urgente convocazione della Costituente», di cui almeno tre. volti ad impegnare la partecipazione del popolo alla determinazione diretta ed elettiva del nuovo indirizzo rivoluzionario che non dovrà essere - «come molti italiani pensano!» - «un espediente politico o una tattica di Mussolini» (punti 4,7 e 9), Spampanato illustra nove «requisiti» della Costituente che «non deve assolutamente ripetere sistemi di investiture o di finzioni rappresentative che già inficiarono esizialmente il vecchio regime fascista»; che «deve derivare la propria ragione d'essere dalle masse» ed inserire il popolo «effettivamente nel nuovo Stato»; che «non deve essere scambiata con un grosso... doppione di camera dei Fasci e delle Corporazioni» pena l'anticipato fallimento; che deve consentire al «nuovo movimento» di «rigiocare» la carta «della rivoluzione, compressa, deviata ed infine tradita nel vecchio regime fascista».

    a) Voto segreto e decisioni a maggioranza

    Circa i caratteri e le funzioni della Costituente, Spampanato - riaffermata la creazione di nuovi organi ed istituti secondo principi che «si ricollegano... al diciannovesimo mussoliniano» - rivendica prima di tutto a questa «massima assemblea della nazione» di essere «l’unica depositaria della volontà rivoluzionaria del popolo».

    Sono molti i dettagli che Spampanato indica per regolare l'attività della Costituente (è prevista, tra l'altro, una delega dei poteri da parte della «Grande Assemblea Costituente» ad una «Convenzione», «organo permanente della rappresentanza popolare»); ma senza dubbio uno dei più importanti è l’introduzione del voto segreto per garantire la libertà e l'indipendenza dei rappresentanti («Le vocazioni della Costituente in assemblea generale, come della Convenzione in assemblea plenaria delle sue sezioni, o in assemblea di singole sezioni, sono in linea di massima segrete e a maggioranza»).

    Questa coraggiosa introduzione del voto segreto (non accolta nel progetto Biggini che prevede il sistema del voto palese) e delle decisioni adottate a maggioranza dalle assemblee, è la risposta che il «nuovo movimento» dà alle sonanti e plebiscitarie approvazioni delle assemblee del vecchio regime fascista: una risposta che dovrebbe oggi far riflettere quanti propugnano l'abolizione del voto segreto in Parlamento per superare il cosiddetto problema dei «franchi tiratori». Evidentemente costoro si collocano tra i nostalgici delle assemblee di parata di cui forniscono un esempio "luminoso" quelle hitleriane, dove persino nei convegni internazionali giuridici, le decisioni finali venivano adottate per acclamazione o per voto palese.

    Per tutelare la libertà e l'indipendenza dell’individuo, divenuto rappresentante del popolo, e per metterlo in condizione di esercitare un effettivo potere di controllo sull’esecutivo - come sosterrà spavaldamente Rolandi Ricci -, per sottrarlo alle pressioni ed ai ricatti dell'esecutivo, i preparatori delle assemblee del fascismo repubblicano ritennero di dover ripristinare quel voto segreto, naturalmente scomodo per i governi, che i riformatori antifascisti di oggi vorrebbero invece abolire.

    Quanto ai lavori della Grande Assemblea Costituente degli italiani, Spampanato prevede una relazione di apertura di Mussolini e una votazione finale - dopo poche sedute plenarie - di nove (è un numero ricorrente nel progetto) risoluzioni di cui l'ottava sancisce l’«attribuzione dei supremi poteri dello Stato alla Grande Assemblea Costituente che li esercita attraverso il Capo dello Stato da essa nominato, e direttamente per quanto concerne la riforma dello Stato stesso».

    La Convenzione, invece, elaborerà le leggi, gli ordinamenti e le nuove forme rappresentative dello Stato, il nuovo assetto amministrativo, il nuovo ordine sociale ed economico, il nuovo ordinamento militare, i piani della ricostruzione.

    b)Rappresentanze reali

    Discorso più delicato e complesso è quello sulla formazione della Costituente. Spampanato si pone subito il problema delle libere elezioni popolari dei membri della Grande Assemblea, ma deve riconoscere che non è possibile adottare «i consueti modi elettivi, stanti le condizioni di guerra», e ne specifica i motivi. Respinge, però, l'ipotesi che si possa «ricalcare l'organizzazione pseudo elettiva della rappresentanza com'era praticata dal vecchio regime fascista (il popolo, si ripete, non tollererebbe una seconda edizione di tale sistema)», e propone di ricorrere - per questa unica volta, destinata ad avviare il metodo nuovo - «agli organi sindacali e istituzionali esistenti, strutturalmente efficienti» per fornire al popolo «una reale rappresentanza».

 

    Procede quindi alla elencazione delle Federazioni Nazionali di categoria che dovranno designare un certo numero di lavoratori, in proporzione alla consistenza numerica di ogni settore, «senza riguardo a precedenti politici, con criterio di distribuzione regionale»; delle Associazioni dell’artigianato, industria, agricoltura, commercio; delle categorie del pubblico, impiego, statale e parastatale e delle «altre rappresentanze» (Cooperative, Consorzi di bonifica, Istituti previdenziali, Opera Nazionale Dopolavoro, C.O.N.I.) che dovranno essere designate attraverso - dove possibile - la consultazione delle assemblee, come per le Federazioni Nazionali che potranno riunire delle assemblee provinciali di categoria.

    La preoccupazione di Spampanato è di conseguire «la legittima autenticità e della rappresentanza e della designazione», con un piano - approvato da Mussolini - che se non può dirsi perfetto, è senza dubbio il migliore e il più aperto consentito dalle circostanze.

    c) Ripudio del capitalismo

    Nella parte dedicata all’economia, Spampanato riafferma «l'indirizzo rivoluzionario già decisamente preso dal fascismo repubblicano»; nega che il capitalismo, «già virtualmente ripudiato dalla nuova situazione rivoluzionaria», debba avere - attraverso le Confederazioni padronali - una «partecipazione diretta alla formazione della Costituente»; sottolinea «il superamento della concezione paritetica già adottata  sindacalmente e corporativamente dal vecchio regime fascista.

    D'altra parte - continua Spampanato - non si può ignorare l'imponente massa di capitali, beni, forze produttive ed entità economiche, che costituiscono la "ricchezza" della nazione, e che la rivoluzione dovrà anzi potenziare socialmente e funzionalmente, ordinando questa ricchezza su nuovi piani».

    Bisogna riconoscere che un'Assemblea Costituente ispirata a questo nuovo clima - che non è certo personale di Bruno Spampanato, ma generale tra gli aderenti alla R.S.I., o per antiche e sofferte convinzioni, o per convinzioni nuove maturate dopo il 25 luglio a seguito, dice Spampanato, dell'«accertata partecipazione del capitalismo al colpo di Stato» e al «sabotaggio della guerra», o per il fattore «ritorno alle origini» - avrebbe completamente trasformato non soltanto le istituzioni ma la società italiana, anticipando di mezzo secolo molte soluzioni verso le quali camminano oggi le società più evolute dell’occidente.

    Era per ciò necessario codificare nella solennità di una Carta idee dirompenti come queste, istituti, ordinamenti, funzioni, finalità, domande di libertà che erano già nell’animo della gente.

    Spampanato prevede poi altre rappresentanze: della magistratura (dai vertici della Cassazione al pretore, una delegazione molto vasta e rappresentativa, e la stessa larghezza per il Consiglio di Stato e per la Corte dei Conti); del clero (cappellani militari di tutte le Armi e rappresentanti «di ogni comunità religiosa» esistente nello Stato); della cultura (dall’Accademia d'Italia a tutte le Università e istituti superiori, ai G.U.F.); delle Forze Armate (dai soldati agli ufficiali superiori Per tutte le Armi, dall’Associazione Combattenti all'Associazione Mutilati e Invalidi di Guerra, all’istituto del Nastro Azzurro); dei vari territori e delle «comunità italiane all'estero» (il primo riconoscimento del diritto di voto ai connazionali nel mondo, anzi il riconoscimento a partecipare alle decisioni di ordine costituzionale); delle famiglie (famiglie numerose, vedove, madri e orfani di guerra, donne lavoratrici dei vari settori produttivi).

    Un complesso di categorie che abbraccia l'intera società, e che può quindi considerarsi espressione genuina di tutto il popolo.

    d) Pluripartitismo e Modello di partito

    Il progetto Spampanato tratta infine la rappresentanza dei partiti. Interessante il ruolo attribuito al Partito Fascista Repubblicano, che «non bisogna comprimere o irrigidire se non si vuole che, invece di una fresca e potente forza politica dello Stato, sia un suo istituto sul tipo del P.N.F-. Pertanto il P.F.R. deve essere ammesso alla Costituente come una delle forze ideali della Nazione, ma senza particolare preminenza, e l'unico suo privilegio deve essere quello di diventare il portatore dell’Idea rivoluzionaria». Anche i «partiti diversi» possono avere rappresentanti nell’Assemblea Costituente; può, infatti, parteciparvi a domanda, con un numero stabilito di 50 rappresentanti, «ogni gruppo politico, compresi quelli costituitisi nei 45 giorni del Governo Badoglio... Ai detti rappresentanti lo Stato repubblicano garantisce ogni libertà e immunità, nell’ambito delle leggi. Inoltre possono partecipare come membri alla Grande Assemblea Costituente tutti i presidenti del Consiglio e i ministri dell’ex Regno nonché i presidenti di assemblee parlamentari fino al 28 ottobre del 1922».

    Anche in questa delicata materia c'è un insegnamento, nel progetto, che deve essere sottolineato.

    A parte la prova (non è la sola: si pensi al progetto di Costituzione Biggini, e più ancora a quello di Rolandi Ricci) che il fascismo e Mussolini stavano aprendo al pluralismo o meglio al pluripartitismo, c'è una novità, nel documento Spampanato, che si colloca nell’attuale dibattito sui partiti politici.

    Oggi si pensa - di fronte allo scandaloso sistema dei partiti ed all’immenso potere, di stampo mafioso, raggiunto dalla partitocrazia - ad una regolamentazione della vita e delle funzioni dei partiti politici attraverso interventi legislativi e controlli «garantiti» dall’alto. Se ne vorrebbero addirittura standardizzare gli statuti attraverso la legge; si propongono «rigidi» controlli sulla vita interna dell’organizzazione; se ne chiede la personalità giuridica quanto meno di diritto privato. Si pensa, cioè, ad una vera e propria «istituzionalizzazione» dei partiti, più marcata e definita di quella, purtroppo vaga ed equivoca, prevista dalla vigente Costituzione.

    La formula adottata da Spampanato nel 1943 è di tutt'altro avviso. L'esperienza del Partito Nazionale Fascista dice che l'istituzionalizzazione porta alla paralisi delle idee, all'irrigidimento: il partito super controllato, super regolato, cessa di essere «movimento» per diventare, appunto, una istituzione teleguidata, e proprio per questo sbiadita, priva di palpiti e di fervore ideale. La tendenza che Spampanato raccoglie è di non permettere, attraverso una istituzionalizzazione del nuovo movimento fascista sul tipo di quella del disciolto P.N.F., la mummificazione del giovane Partito Fascista Repubblicano che deve invece essere «una fresca e potente forza politica dello Stato» portatrice e produttrice dell'«idea rivoluzionaria».

    E’ vero che oggi l'Italia ha impellente bisogno di stroncare il malcostume partitocratico, di porre un freno alla corsa smodata dei partiti verso il potere, di abbattere il sistema clientelare, di cambiare - in altri termini - a «modello», la vita, il ruolo del partito politico e con esso la mentalità della classe dirigente, ma questo obiettivo non si raggiunge ingabbiando i partiti e pianificandoli, pena il soffocamento della loro capacità potenziale di produrre idee, programmi, e di preparare la classe politica; bensì «costringendo» i partiti a cambiarsi «spontaneamente», stimolati nell'interesse di acquisire suffragi: il che significa cambiare il sistema elettorale. Solo un nuovo tipo di sistema elettorale che, scavalcando la mediazione dei partiti, preveda l'intervento diretto dei cittadini-corpo elettorale nella scelta dei governanti, potrà avviare nei partiti stessi il moto del cambiamento, con la riduzione del loro potere e la valorizzazione delle qualità morali dell’individuo. Spampanato è quindi un precursore. Il suo progetto è pronto; tutti invocano e attendono la Costituente; ma il 7 dicembre arriva, come una doccia fredda, l'articolo di Giuseppe Morelli pubblicato in prima pagina sul «Corriere della Sera» con il vistoso titolo: Meno Costituente e più combattenti!

    Morelli, già deputato, sottosegretario alla Giustizia e senatore (diventerà presidente della Corte dei Conti della R.S.I. dopo la morte, per mano partigiana, del presidente dott. Osvaldo Sebastiani, e morirà a sua volta, poco dopo, di grave malattia, all’ospedale di Busto Arsizio), denuncia la grave preoccupazione che la preparazione della Costituente distragga tutti dal prioritario ed incalzante dovere della guerra. In altri termini Morelli dice che questo non è momento di assemblee ma di organizzare un esercito per tornare a combattere a fianco dell’alleato germanico.

    Purtroppo tale articolo, ispirato da nobili intenzioni (vedi Appendice III) segnerà la fine di un'idea e del sogno di realizzare compiutamente la rivoluzione attraverso l'immagine, costituzionalmente definita, del nuovo Stato.

Bruno Spampanato viene eletto nel collegio di Napoli-Caserta e la sua elezione venne proclamata il 22 luglio 1953 e convalidata l’11 dicembre 1953.

Si iscrive al gruppo parlamentare del Movimento Sociale Italiano fino alla fine della legislatura il cui presidente è Giovanni Roberti  che è stato tra l’altro leader del sindacato CISNAL. Nel gruppo fanno parte tra gli altri, Filippo Anfuso, Augusto De Marsanich, Antonio La Russa, Domenico Leccisi, Giambattista Madia e Pino Romualdi.

Bruno Spampanato partecipa ai lavori parlamentari con la sua solita abnegazione, ed è componente della VI Commissione Istruzione e Belle Arti dal 22 luglio 1953 al 15 marzo 1954, della VII Commissione Lavori Pubblici dal 15 marzo 1954 al 11 giugno 1958. Ed inoltre è componente per tutta la durata del suo mandato della Commissione Parlamentare Consultiva per il parere sulla nuova tariffa generale dei dazi doganali.

Tra le proposte di legge che hanno visto Spampanato come cofirmatario ricordiamo:

-         Norme per l’estinzione e l’annullamento di provvedimenti di epurazione

-         Estensione dell’assistenza malattia ai coltivatori diretti

-         Efficacia giuridica del contratto collettivo di lavoro in attuazione dell’art. 39 della Costituzione

-         Modifiche al testo unico delle leggi per la composizione e l’elezione degli organi delle Amministrazioni comunali, approvato con decreto presidenziale del 5 aprile 1951

-         Norme interpretative e integrative della legge 10 agosto 1950 n. 648 sulle pensioni di guerra

-         Socializzazione delle imprese statali ed a partecipazione statali

-         Disposizione della cinematografia

-         Riconoscimento giuridico delle forze armate della Repubblica Sociale italiana

Vale la pena approfondire le proposte di legge che riguardano la socializzazione

delle imprese statali ed a partecipazione statale e quella relativa al riconoscimento delle forze armate della Repubblica Sociale Italiana.[1]

Di riconoscimento delle forze armate della RSI si parla ancora in questi giorni e

l’argomento suscita le solite polemiche tra parti politiche contrapposte.

Questa proposta, fu presentata il 21 febbraio 1958, firmata congiuntamente dai deputati del gruppo del Movimento Sociale Italiano che chiedevano di definire legalmente lo stato degli appartenenti alle forze armate della RSI  mediante una legge che ne riconosca giuridicamente l’esistenza per il periodo sopracitato, anche per definire con una precisa norma giuridica le diverse contraddittorie interpretazioni che i vari uffici preposti all’assegnazione di pensioni o alla liquidazione dei danni di guerra erano portati a dare, a causa dell’incertezza normativa.

L’attività bellica svolta dalle forze armate durante il periodo che va dal settembre 1943 all’aprile 1945 costituisce, secondo i cofirmatari della proposta di legge, un fatto storico riconosciuto ampiamente sul piano del diritto internazionale nonché del diritto interno dello Stato italiano, cosi come il riconoscimento dei prigionieri di guerra fatto dagli eserciti delle Nazioni Unite e le numerose decisioni della Corte di Cassazione, la quale  ha più volte riconosciuto il pieno valore giuridico degli atti compiuti dal Governo della RSI, compreso quello di costituzione,  reclutamento ed impiego delle forze armate.

            Lo stesso Parlamento Italiano, inoltre, ha già approvato la legge 5 gennaio 1955 n. 14 che concede una pensione a quei cittadini italiani che hanno riportato invalidità, ferite o mutilazioni prestando servizio nelle forze armate suddette.

            Relativamente alla proposta di legge sulla socializzazione delle imprese statali ed a partecipazione statale, presentate il 25 luglio 1955, i deputati cofirmatari tra cui ovviamente Spampanato, hanno voluto ribadire la necessità di una riforma della struttura delle aziende attraverso la partecipazione delle forze del lavoro negli organi direttivi e responsabili dell’impresa con conseguente partecipazione degli stessi alla gestione ed agli utili dell’impresa medesima.

            Già nel periodo 1920 e 1921 si realizzarono i progetti Giolitti che prevedevano delle forme iniziali di controllo dei lavoratori sulle imprese.

            Poi il Decreto Mussolini n. 375 del 12 febbraio 1944 che prevedeva la costituzione di consigli di gestione composti da rappresentanti di tutte le categorie dei lavoratori, l’elezione del capo dell’impresa e la partecipazione agli utili.

            Anche se tale decreto fu abrogato a seguito delle vicende militari, non è mai stato sconfessato, secondo i deputati proponenti, nella sua sostanza. Prova ne è l’art. 46 della Costituzione italiana che ha riconosciuto il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge, alla gestione dell’azienda.[2]


 

[1] Fonte: www.camera.it

[2] Fonte: www.camera.it

Tratto dalla tesi di laurea di Giuseppe Carlino 2009

   La commemorazione alla Camera dei Deputati

 Bruno Spampanato muore improvvisamente il 4 febbraio 1960.

            Nella seduta del 9 febbraio 1960 alla Camera dei Deputati, prende la parola l’on. Roberti capogruppo del Movimento Sociale Italiano, per commemorare l’amico ed ex deputato missino, Bruno Spampanato: «… il luttuoso avvenimento che ha improvvisamente stroncato nella piena e rigogliosa maturità una esistenza incessantemente dedita agli studi, al giornalismo e alla battaglia politica, ha dolorosamente colpito vasti settori di opinione pubblica non solo del nostro partito, come dimostra l’universale tributo di cordoglio reso allo scomparso, non soltanto dalle provincie che lo ebbero come diretto rappresentante parlamentare, ma da vasti ambienti politici e intellettuali di tutta Italia.

Appartenente a famiglia di tradizioni risorgimentali (suo nonno materno fu al fianco di Garibaldi in Sicilia e partecipò a Calatafimi a quella carica leggendaria), Bruno Spampanato esordì giovanissimo all’indomani della premia guerra mondiale, nell’attività giornalistica e politica. E giornalista politico egli fu nel più squisito significato della parola per oltre quarant’anni di aspra lotta combattuta sempre in posizioni estreme e sempre condotta nella buona o nella cattiva sorte, con esemplare coerenza di carattere e di azione. Nel giornalismo che fu forse la passione predominante della sua vita, Bruno Spampanato si affermo ancor giovanissimo, con una sua propria fisionomia, nei periodici La montagna e Politica nuova, da lui fondati e diretti e nel quotidiano lo stato , che costituì un interessantissimo esempio di nuovo giornalismo non conformista e che viene ancora ricordato con interesse ed ammirazione negli ambienti giornalistici napoletani. »

Di seguito l’On. Roberti ricorda l’attività di scrittore di Spampanato : «… scrittore robusto ed efficace, raccolse il risultato di tali studi e meditamenti in oltre venti volumi tra cui il suo Contromemoriale in cui vengono descritte le tragiche vicende dell’ultima tormentata fase della vita italiana. Ed il contromemoriale offre oltre che una fedele e circostanziata cronaca dei più discussi avvenimenti della nostra recente storia, anche un’ampia e preziosa raccolta di documentazioni, da cui certamente non potrà prescindersi quando si dovrà, al di sopra della fazione e del settarismo, pronunziare su questa pagina dolorosa il definitivo giudizio della storia.»

E conclude : «… nel Parlamento italiano Bruno Spampanato, proprio per quel gusto della storia che andava caratterizzando sempre più la sua personalità spirituale, volle consapevolmente svolgere un ruolo più da osservatore che da protagonista; tuttavia non possono dimenticarsi taluni suoi interventi critici in materia di politica interna ed una quotidiana attenta azione di controllo e di stimolo da lui svolta con numerosissime interrogazioni nell’interesse delle popolazioni campane, che gli avevano commesso la propria rappresentanza parlamentare.»

Raccoglie inoltre il cordoglio dei gruppi parlamentari della Democrazia Cristiana, del Partito Liberale e del Partito Democratico, oltre che del Governo allora in carica.

L’On. Colitto del gruppo liberale si associa alla commemorazione fatta dall’On. Roberti ed inizia il suo discorso citando la frase di Victor Hugo che dice che i morti sono degli invisibili ma non degli assenti e riferendosi a Spampanato ne ricorda il suo ingegno la sua probità e la sua bontà.

Dopo le parole di cordoglio dell’On. Francesco Napolitano, chiede la parola l’On. Daniele del Partito Democratico che sottolinea come Spampanato visse la sua esistenza terrena al servizio dei suoi ideali.

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